Restauro Fontana del Bernini
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Il contesto storico del Bernini

Ogni progetto di restauro non può prescindere dalla ricostruzione del contesto storico-culturale in cui è nato il monumento. Senza conoscere il background in cui l’opera d’arte è stata concepita non è possibile ottimizzare la riqualificazione e la valorizzazione dell’opera stessa. Per questo motivo durante i lavori del Forum si è cercato di dare un’ampia visione dell’ambiente storico nell’ambito del quale è stata realizzata la Fontana del Bernini in Castel Gandolfo. Il contesto è stato analizzato da diversi specialisti ciascuno dei quali ha argomentato il panorama storico-culturale come di seguito riportato. A seguire sono presenti: l’abstract, il video e la trascrizione di ciascun intervento.

Il seicentoMons. Mario Sensi

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Il Seicento – Mons. Mario Sensi

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Abstract

La Fontana del Bernini in Castel Gandolfo venne realizzata nel XVII secolo, nell’ambito di un contesto storico peculiare, delineato da un fervore di rinnovamento dal punto di vista storico, politico-economico, sociale e culturale.

Il Seicento è un secolo molto complesso caratterizzato dal trionfo dell’assolutismo, i sovrani reclamano l’autonomia dello Stato di fronte ai poteri universali della Chiesa e dell’Impero. La Chiesa avvia la controriforma per opporsi all’affermazione del protestantesimo luterano. In questo periodo viene posta enfasi sui principi di devozione e di carità, da parte della Chiesa, anche per dare sostegno al dilagante pauperismo e alle degradanti condizioni economico-sociali in cui versa la maggior parte della popolazione.

Nasce la scienza moderna, grazie all’osservazione empirica introdotta da Galileo Galilei e ai suoi esperimenti. Galilei inventa la sperimentazione scientifica attraverso il metodo induttivo e il metodo deduttivo, gettando le basi per la nascita delle scienze esatte.

È il secolo del Barocco, lo stile architettonico utilizzato sia dalla Chiesa Cattolica sia dalle Monarchie Europee, che sentono il bisogno di esprimere il proprio potere con tutto lo sfarso possibile prediligendo ampi spazi e il movimento delle forme. Il termine deriva dallo spagnolo «barrueco» che significa “irregolare, contorto, grottesco e bizzarro”. Roma subisce un profondo rinnovamento urbanistico ad opera di Papa Urbano VIII (Barberini) e Papa Alessandro VII (Chigi), per evidenziare l’importante ruolo che la città andava assumendo in Europa. Nascono, infatti, nel XVII secolo: San Pietro in Vaticano, Piazza Navona con la chiesa del Borromini e la Fontana del Bernini, Piazza del Popolo etc. opere destinate a servire da modello per le grandi capitali europee. Fu Papa Urbano VIII (Barberini) a scegliere Gian Lorenzo Bernini per realizzare i suoi progetti artistici ed architettonici; la Chiesa intende presentarsi con forza trionfante attraverso opere spettacolari per finalità comunicative, persuasive e celebrative.

Le opere ubanistico-architettoniche si concentrarono anche sulla realizzazione e sistematizzazione della rete idrica della città. Roma detiene un primato d’eccellenza per la distribuzione delle acque pubbliche, degli acquedotti e delle terme. Si consideri che ad oggi oltre duemila fontane ornano la città. È stato proprio Gian Lorenzo Bernini, nel XVII secolo, a lavorare abilmente il marmo delle fontane dandogli tensione drammatica e grande teatralità.

Il Bernini a Castel GandolfoArch. Francesco Petrucci

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Il Bernini a Castel Gandolfo – Arch. Francesco Petrucci

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Abstract

La storia urbanistica e architettonica di Castel Gandolfo è segnata in maniera indelebile dalla volontà di due illuminati pontefici: Urbano VIII Barberini (1623-1644) e Alessandro VII Chigi (1655-1667), ma anche dalla progettualità del principale esponente del Barocco, Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680), arbitro incontrastato delle arti nella Roma del Seicento.

Lo stesso Bernini parla della villeggiatura a Castel Gandolfo di Urbano VIII in un suo dialogo con Lelio Guidiccioni: «Tivoli per le sue stagioni si sa, che porta il vanto d’ogni altro paese, ma Nostro Signore l’haveva rifiutato per la humidià et asprezza degli altri tempi. In Frascati era preso il meglio; Albano troppo frequentato. Elesse dunque Caste Gandolfo dove teneva una modica retirata. Io non vi dico altro; col derivare acque, con la coltivazione, con l’agiustare fabriche, ha reso quel luogo, un tempo di non sicura fama nella salubrità, hoggi salubre, che 2 volte l’anno in 20 giorni che Nostro Signore si ferma senza lasciare i suoi valorosi studi ò del pontificato, ò del filosofare, ancor che la stagione corra intrattabile, sempre ne torna à Roma ringiovanito».

Bernini, scultore, pittore e architetto, si occupò di vari interventi progettuali nella cittadina castellana. In primo luogo la sistemazione della Villa Barberini, con l’ampliamento di una costruzione preesistente e la progettazione dell’annesso parco, su commissione del Principe Taddeo Barberini, nipote di Urbano VIII. In qualità di architetto della Reverenda Camera Apostolica curò su incarico di Alessandro VII l’ampliamento del Palazzo Apostolico, con la ridefinizione della facciata sulla piazza e la costruzione del fronte verso mare (la “Galleria di Alessandro VII”).

Progettò e diresse i lavori per l’edificazione della Chiesa di San Tommaso da Villanova, una delle sue tre chiese con Sant’Andrea al Quirinale e la Collegiata dell’Assunta di Ariccia. Bernini aveva disegnato anche il portale d’ingresso al giardino del Palazzo Apostolico, eseguito nel 1637 e demolito nel 1929, come pure il portale con i monti Chigi ancora esistente presso Porta Romana. Si occupò inoltre della sistemazione urbanistica del borgo e dei collegamenti con i centri limitrofi.

Controversa è invece la paternità della cosiddetta Fontana detta del Bernini, sulla piazza di Castel Gandolfo di fronte al Palazzo Apostolico, che tradizionalmente gli viene riferita. Infatti non ci sono riscontri documentari e stilistici che possano confermare tale attribuzione, estranea al carattere innovativo delle fontane berniniane, a partire dalla famosa “Barcaccia” di piazza di Spagna. La fontana, eseguita nel 1630 in stile dellaportiano, presenta una pianta mistilinea, secondo una tipologia diffusa con numerose varianti a partire dall’ultimo quarto del 500. Se ne propone l’attribuzione a Maderno e ai suoi collaboratori, attivi in quel momento a Castel Gandolfo nel Palazzo Apostolico.

Gli AcquedottiArch. Elisabetta Cicerchia

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Gli Acquedotti – Arch. Elisabetta Cicerchia

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Abstract

Tutte le grandi civiltà, sin dall’antichità, hanno sviluppato opere urbanistiche e infrastrutture complesse per affrontare problemi sociali, politici, e anche criticità legate all’organizzazione del territorio e della vita quotidiana. Per le persone vissute nell’antichità, un problema di non facile soluzione è stato senza dubbio quello della fornitura di acqua potabile. È per questo motivo che sono stati costruiti gli acquedotti. Le prime reti idriche strutturate sono state realizzate nel bacino del Mediterraneo – a Creta, in Grecia, Asia Minore e in Mesopotamia.

I Romani hanno affrontato il problema del rifornimento idrico utilizzando tecniche di ingegneria estremamente innovative, costruendo strutture così solide ed efficienti che, anche oggi, colpiscono per la loro dimensione e la loro funzionalità. Le rovine degli antichi acquedotti romani, i «Monumenti d’acqua», hanno per secoli affascinato studiosi, archeologi, ingegneri e umanisti. Nel III secolo d.c., Roma aveva una popolazione di circa un milione di abitanti. Circa 11 acquedotti fornivano ad ogni cittadino 1000 litri di acqua al giorno, alimentando bagni pubblici, numerosi bagni privati, un gran numero di fontane e anche serbatoi di acqua pubblica, che non sono mai stati abbandonati del tutto, perché ancora oggi potrebbero essere messi in uso in caso di bisogno. La costruzione di acquedotti è stata estremamente complessa e articolata, ciò rivela che gli ingegneri dell’antica Roma usavano tecniche audaci e innovative – una vera e propria scienza dell’idraulica.

Una parte dell’acqua fornita dagli acquedotti romani era destinata gratuitamente a tutti i cittadini che erano in grado di utilizzarla attingendo dalle fontane pubbliche. Mentre, il resto della fornitura idrica (“caduca”) era resa disponibile per coloro che avevano bagni privati e impianti di lavaggio, con il pagamento di una tassa annuale.

Gli acquedotti hanno continuato a funzionare fino a tempi abbastanza recenti, anche se ovviamente gli acquedotti dell’Acqua Marcia e dell’Acqua Vergine sono stati ristrutturati e adattati nel corso degli anni. Altri acquedotti, invece, sono stati costruiti sotto vari Papi:

  • Sisto V ha costruito l’acquedotto dell’Acqua Felice tra il 1585 e il 1587;
  • Nel 1605 Paolo V, ampliò quello dell’Acqua Paola;
  • Nel 1870 Pio IX migliorò quello dell’Acqua Marcia;
  • Nel 1937 è stato costruito l’acquedotto Peschiera;
  • Nel 1960 è stato edificato l’acquedotto Appio-Alessandrino.
Nel corso del tempo le deviazioni dal percorso originale sono state fatte in modo da fornire prima di tutto acqua alle abitazioni situate al di fuori delle mura della città e poi alle ville dei nobili. Nella zona Tuscolana le reti idriche sono state ingrandite utilizzando acqua proveniente da sorgenti locali, come Palazzolo e Malafitto vicino alla città di Rocca di Papa, Ariccia, Albano e Castel Gandolfo.

Le fontane storiche nel contesto urbanoArch. Giovanni Moroni

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Le fontane storiche nel contesto urbano – Arch. Giovanni Moroni

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Abstract

Le fontane all’interno del contesto urbanistico oltre a svolgere la funzione di distribuzione dell’acqua e a soddisfare quindi un bisogno primario, assumono anche una connotazione decorativa e monumentale. Le fontane acquisiscono nel corso del tempo un’importanza simbolica: racchiudono e trasmettono, attraverso le fattezze delle forme, le ideologie politiche e religiose dell’epoca in cui sono state realizzate; veicolano la maestosità del potere che le ha commissionate; diventano decoro urbanistico nonché luogo di aggregazione sociale.

Nel periodo ellenistico, nelle città delle regioni orientali, le prime raffigurazioni e drammatizzazioni architettoniche sono state realizzate creando un legame o un’interazione tra l’acqua e la rappresentazione del monumento (vedi, ad esempio, i famosi monumenti ellenistici che fanno parte dell’ambientazione in acqua dalla Tyche di Antiochia alla Nike di Samotracia.

A Roma, i primi esempi di fontane concepiti come monumenti architettonici autonomi possono essere ricondotti nelle opere costruite prima da Augusto e poi dai Flavi. Queste opere architettoniche, definite come fontane, preservano il loro carattere monumentale solo nelle aree più vicine a Roma dove è molto forte e accentuata l’influenza e l’egemonia politica. Nelle province più lontane dell’impero, dove il potere della Roma Antica si affievolisce, le fontane vengono costruite in funzione dei desideri e delle esigenze delle comunità locali, in conformità con le necessità sociali, culturali ed economiche del territorio. Perdono il loro potere comunicativo e la loro valenza di decoro urbanistico come simbolo di sfarzo e maestosità.

A partire dalla fine dell’impero romano e nei secoli successivi, le fontane assolvono la funzione primaria di distribuzione dell’acqua all’interno di una città, perdono a poco a poco la “monumentalità” che le aveva caratterizzate nei secoli precedenti.